Calcio giovanile 


Giocare sotto età
di Enrico Fabbro

Far giocare un giovane sotto età, anche di due o tre anni, con compagni e avversari più grandi è diventata una moda; è utile per il giovane?
L'organizzazione calcistica nel nostro Paese, recependo la normativa UEFA, ha stabilito che esistono tre categorie nel settore giovanile che si possono iniziare a definire agonistiche:
- Giovanissimi (13-14 anni)
- Allievi (15-16 anni)
- Juniores – Berretti – Primavera (17-18-19 anni)

Stabilire queste fasce d'età, significa consentire al giovane in formazione (fisica, psicologica e tecnica) di vivere, allenarsi e confrontarsi quotidianamente con i propri coetanei, in un contesto mediamente omogeneo, cioè tra pari
Significa soprattutto rispettare le varie fasi dello sviluppo che, nel caso del calcio giovanile agonistico (13-19 anni) comprende globalmente l'intera adolescenza, che per comodità scientifica, si divide in:
1) fase pre puberale (10 – 13 anni)
2) fase puberale (14-15 anni)
3) fase post puberale (16 – 19 anni)

Le tre fasi sopradescritte rappresentano momenti molto delicati dello sviluppo psico-fisico del ragazzo e importantissime sotto il profilo della crescita calcistica.
Ogni tecnico deve sapere che cosa deve allenare in ciascuna fascia d'età; cosa è inutile allenare e cosa è dannoso proporre per la salute del giovane e per la sua crescita sportiva.
Ci sono delle leggi biologiche che anche il calcio, e soprattutto noi allenatori, dobbiamo conoscere e conseguentemente rispettare. Se queste leggi non vengono rispettate, o peggio, vengono disattese per un qualunque interesse dall'allenatore/educatore, questi si trasforma in un pericolo per il calcio in generale e per i suoi giocatori in particolare.
E fin qui la scienza è sicuramente dalla parte di chi ha stabilito le fasce d'età del nostro Settore Giovanile.
Dove si va in contrasto con le leggi biologiche è quando si vedono, in certe situazioni, società che vogliono caratterizzare la loro presunta superiorità, proponendo intere squadre che giocano sotto età, in alcuni casi anche di due anni.
Secondo il mio parere queste scelte disattendono i fini ispiratori del Settore Giovanile, perché si pongono in maniera sbagliata nei confronti del giocatore attore e del giocatore avversario.
Se un giocatore è in anticipo biologico, rispetto alla sua età cronologica, non riesco a comprendere il significato di anticipare anche i tempi del calcio, soprattutto considerando che, quando questi ultimi non coincidono con i tempi della vita di un giovane, si genera solo confusione e facili illusioni.
Se un ragazzo di 15 anni, regolarmente iscritto alla seconda classe di un qualsiasi liceo, frequenta i suoi coetanei, affrontando i problemi di quella età serenamente e naturalmente, mi si deve spiegare scientificamente, per quale motivo, viene a volte violentemente gettato in un gruppo squadra di diciassettenni.
Scientificamente, mi si lasci passare il termine, non riesco a comprenderne né il significato né eventuali vantaggi. Posso malignamente immaginare che l'unico a trarre "vantaggio" da questa situazione potrebbe essere quel tipo di allenatore che:
1. -vincendo con un talento più piccolo se ne potrà vantare;
2. -perdendo su quest'ultimo scaricherà giustificazioni mediocri, definendolo non ancora pronto.

Questo tipo di tecnico, aiuta il giovane talento a crescere?
Il quindicenne che gioca con i più grandi, togliendo magari il posto a qualcuno, come si troverà in quell'ambiente? Come sarà accettato? Come questo ragazzo vivrà questa promozione psicologicamente? Ritengo male!
Perché ogni cosa nella vita ha bisogno dei suoi tempi. C'è un tempo per iniziare a camminare, a correre e anche a giocare nelle categorie più importanti!
Soprattutto, a mio avviso, sarebbe opportuno ricordare a tecnici e società, che ragionano in questi termini, che un'atleta più esperienze motorie fa in maniera libera e non costretta o condizionata da fattori limitativi, più crescerà tecnicamente avendo la possibilità di consolidare quanto appreso in un processo naturale di acquisizione tecnico-tattica.
Se ho la fortuna di allenare un giocatore di talento, ha più senso farlo confrontare con i suoi coetanei o con quelli più grandi?
Io credo sia opportuno , nell'interesse del giovane che sta crescendo e del giocatore che sta maturando, lasciarlo serenamente giocare, e soprattutto crescere, con i suoi coetanei.
Se gli si propone un contesto più adulto di lui, il nostro "talento" si dovrà misurare con giovani che possiedono un maggior vissuto motorio e una fisicità biologica più vicina alla maturazione adulta.
Riuscirà il nostro "talento"a fare sfoggio della creatività che potrebbe esternare e quindi consolidare e migliorare? Per quale motivo deve rischiare di limitare la sua fantasia?
Perché il suo talento deve limitare la ricerca dell'estetica nel gesto tecnico per "paura" di un ruvido takle, di un giocatore magari meno tecnico, ma più pesante?
Tutti insieme dobbiamo proteggere i giovani che ci sono affidati, compresi coloro che possiedono grandi numeri, che soltanto il patrimonio genetico ha loro concesso, e essere in grado di saper proporre allenamenti appropriati alle fascie d'età affinché possano consolidare e migliorare quanto naturalmente posseduto.
Nessuno ha il diritto di togliere quanto geneticamente è stato dato, neanche quei tecnici che per vincere a tutti i costi nascondono nel giocare sotto età la loro piccolezza di uomini e tecnici. Fortunatamente la quasi totalità dei tecnici italiani è dotata di grande professionalità e umiltà, che rimane caratteristica permanente di chi sa. Il resto è solo improvvisazione che genera la qualunquistica confusione che a volte purtroppo è presente nel calcio del nostro Paese.


*Tecnico Settore Giovanile S.S.Lazio
Commissione Nazionale Attività di Base F.I.G.C. – Settore Giovanile

 

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