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Far giocare un giovane
sotto età, anche di due o tre anni, con compagni e avversari più grandi
è diventata una moda; è utile per il giovane?
L'organizzazione calcistica nel nostro Paese, recependo la normativa
UEFA, ha stabilito che esistono tre categorie nel settore giovanile che
si possono iniziare a definire agonistiche:
- Giovanissimi (13-14 anni)
- Allievi (15-16 anni)
- Juniores – Berretti – Primavera (17-18-19 anni)
Stabilire queste fasce d'età, significa consentire al giovane in
formazione (fisica, psicologica e tecnica) di vivere, allenarsi e
confrontarsi quotidianamente con i propri coetanei, in un contesto
mediamente omogeneo, cioè tra pari
Significa soprattutto rispettare le varie fasi dello sviluppo che, nel
caso del calcio giovanile agonistico (13-19 anni) comprende globalmente
l'intera adolescenza, che per comodità scientifica, si divide in:
1) fase pre puberale (10 – 13 anni)
2) fase puberale (14-15 anni)
3) fase post puberale (16 – 19 anni)
Le tre fasi sopradescritte rappresentano momenti molto delicati dello
sviluppo psico-fisico del ragazzo e importantissime sotto il profilo
della crescita calcistica.
Ogni tecnico deve sapere che cosa deve allenare in ciascuna fascia
d'età; cosa è inutile allenare e cosa è dannoso proporre per la salute
del giovane e per la sua crescita sportiva.
Ci sono delle leggi biologiche che anche il calcio, e soprattutto noi
allenatori, dobbiamo conoscere e conseguentemente rispettare. Se queste
leggi non vengono rispettate, o peggio, vengono disattese per un
qualunque interesse dall'allenatore/educatore, questi si trasforma in un
pericolo per il calcio in generale e per i suoi giocatori in
particolare.
E fin qui la scienza è sicuramente dalla parte di chi ha stabilito le
fasce d'età del nostro Settore Giovanile.
Dove si va in contrasto con le leggi biologiche è quando si vedono, in
certe situazioni, società che vogliono caratterizzare la loro presunta
superiorità, proponendo intere squadre che giocano sotto età, in alcuni
casi anche di due anni.
Secondo il mio parere queste scelte disattendono i fini ispiratori del
Settore Giovanile, perché si pongono in maniera sbagliata nei confronti
del giocatore attore e del giocatore avversario.
Se un giocatore è in anticipo biologico, rispetto alla sua età
cronologica, non riesco a comprendere il significato di anticipare anche
i tempi del calcio, soprattutto considerando che, quando questi ultimi
non coincidono con i tempi della vita di un giovane, si genera solo
confusione e facili illusioni.
Se un ragazzo di 15 anni, regolarmente iscritto alla seconda classe di
un qualsiasi liceo, frequenta i suoi coetanei, affrontando i problemi di
quella età serenamente e naturalmente, mi si deve spiegare
scientificamente, per quale motivo, viene a volte violentemente gettato
in un gruppo squadra di diciassettenni.
Scientificamente, mi si lasci passare il termine, non riesco a
comprenderne né il significato né eventuali vantaggi. Posso malignamente
immaginare che l'unico a trarre "vantaggio" da questa situazione
potrebbe essere quel tipo di allenatore che:
1. -vincendo con un talento più piccolo se ne potrà vantare;
2. -perdendo su quest'ultimo scaricherà giustificazioni mediocri,
definendolo non ancora pronto.
Questo tipo di tecnico, aiuta il giovane
talento a crescere?
Il quindicenne che gioca con i più grandi, togliendo magari il posto a
qualcuno, come si troverà in quell'ambiente? Come sarà accettato? Come
questo ragazzo vivrà questa promozione psicologicamente? Ritengo male!
Perché ogni cosa nella vita ha bisogno dei suoi tempi. C'è un tempo per
iniziare a camminare, a correre e anche a giocare nelle categorie più
importanti!
Soprattutto, a mio avviso, sarebbe opportuno ricordare a tecnici e
società, che ragionano in questi termini, che un'atleta più esperienze
motorie fa in maniera libera e non costretta o condizionata da fattori
limitativi, più crescerà tecnicamente avendo la possibilità di
consolidare quanto appreso in un processo naturale di acquisizione
tecnico-tattica.
Se ho la fortuna di allenare un giocatore di talento, ha più senso farlo
confrontare con i suoi coetanei o con quelli più grandi?
Io credo sia opportuno , nell'interesse del giovane che sta crescendo e
del giocatore che sta maturando, lasciarlo serenamente giocare, e
soprattutto crescere, con i suoi coetanei.
Se gli si propone un contesto più adulto di lui, il nostro "talento" si
dovrà misurare con giovani che possiedono un maggior vissuto motorio e
una fisicità biologica più vicina alla maturazione adulta.
Riuscirà il nostro "talento"a fare sfoggio della creatività che potrebbe
esternare e quindi consolidare e migliorare? Per quale motivo deve
rischiare di limitare la sua fantasia?
Perché il suo talento deve limitare la ricerca dell'estetica nel gesto
tecnico per "paura" di un ruvido takle, di un giocatore magari meno
tecnico, ma più pesante?
Tutti insieme dobbiamo proteggere i giovani che ci sono affidati,
compresi coloro che possiedono grandi numeri, che soltanto il patrimonio
genetico ha loro concesso, e essere in grado di saper proporre
allenamenti appropriati alle fascie d'età affinché possano consolidare e
migliorare quanto naturalmente posseduto.
Nessuno ha il diritto di togliere quanto geneticamente è stato dato,
neanche quei tecnici che per vincere a tutti i costi nascondono nel
giocare sotto età la loro piccolezza di uomini e tecnici. Fortunatamente
la quasi totalità dei tecnici italiani è dotata di grande
professionalità e umiltà, che rimane caratteristica permanente di chi
sa. Il resto è solo improvvisazione che genera la qualunquistica
confusione che a volte purtroppo è presente nel calcio del nostro Paese.

*Tecnico Settore Giovanile S.S.Lazio
Commissione Nazionale Attività di Base
F.I.G.C. – Settore Giovanile
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